I. FOTOGRAFARE IN BIANCO E NERO
II. SVILUPPO DIGITALE IN BIANCO E NERO
III. I MAESTRI DEL BIANO E NERO

ARGOMENTO 3.10.2 - CENNI BIOGRAFICI

Nato nel 1944 nello stato di Minas Gerais in Brasile, agli inizi Salgado voleva diventare un economista. Dopo gli studi, si trasferì a Parigi proprio inseguendo una carriera di studioso di Economia Internazionale, con una particolare attenzione ai paesi del cosiddetto Terzo Mondo. Per questo viaggia molto e si confronta con le realtà difficili specialmente dell’Africa.

Grazie anche all’appoggio della moglie Lélia Wanick, nei primi anni ‘70 si dedica alla fotografia, che poi diventerà la sua professione.

La scoperta della fotografia avviene in realtà grazie proprio alla moglie, come racconta nella sua autobiografia “Dalla mia Terra alla Terra” (2013):

abbiamo approfittato del nostro soggiorno in Savoia per andare con la nostra automobile a Ginevra, dove all’epoca si poteva acquistare materiale fotografico ai prezzi migliori d’Europa: Lélia ne aveva bisogno alla facoltà di architettura per fotografare edifici. Scelse una Pentax Spotmatic II con obiettivo Takumar 50mm, molto luminoso, f1:4. Non ci intendevamo di fotografia ma questa fotocamera ci è sembrata subito fantastica. Ritornati a Menthonnex, abbiamo fatto le prime riprese, letto le istruzioni e tre giorni dopo, siamo tornati a Ginevra per acquistare due nuovi obiettivi: un 24mm e un 200mm. Ero davvero entusiasta. Ecco come la fotografia è entrata nella mia vita”.

Mettendo a frutto quanto imparato con la sua precedente carriera, creerà alcuni dei reportage giornalistici più incredibili della storia della fotografia, come “Sahel: la fine del cammino” (1988), “La mano dell’uomo” (1993), “In Cammino” (2000). Ha documentato la tragedia del Kuwait, con gli uomini impegnati nell’ardua impresa di spegnere le fiamme appiccate ai pozzi petroliferi dalle truppe di Saddam dopo l’operazione “Desert Storm”.

Più recentemente si è dedicato a temi più naturalistici e conservazionistici, con il progetto “Genesis” (2013) e un lavoro sull’Amazzonia e i popoli indigeni, di cui è sempre stato l’indiscusso “cantore” fotografico.

Proprio con “Genesis” è avvenuta la scoperta della fotografia digitale:

durante la realizzazione di Genesi, sono passato dalla fotografia analogica a quella digitale. Una vera rivoluzione. Tanto più che per questo progetto avevo già affrontato due grandi sfide: fotografare ciò che non avevo mai fotografato fino a quel momento, i paesaggi e gli animali, e cambiare formato di pellicola. Sono passato al medio formato – 4,5x6 – per ottenere un’immagine di migliore qualità su stampe di grandi dimensioni. Dal 2004 al 2008 ho usato macchine Pentax 645 mentre in precedenza lavoravo con le Leica formato 24x36”.

Sempre nella sua biografia racconta i dettagli delle modalità con cui lavora in digitale, secondo un sistema ibrido molto interessante:

"Canon mi ha prestato la sua fotocamera più sofisticata, la 1Ds Mark III. E di fronte agli ottimi risultati ottenuti, ho capito che potevo passare al digitale. Il vero problema era la conservazione degli archivi su dischi rigidi. Per quasi due anni, con Philippe [Bachelier] ci siamo impegnati come pazzi, insieme agli stampatori dell’Agenzia, Valérie Hue e Olivier Jamin, e poi con il laboratorio Dupon. Alla fine, siamo riusciti a ottenere negativi in bianco e nero di formato 4x5 a partire da file digitali. Questi negativi sono di una qualità eccellente e noi continuiamo a realizzare stampe ai sali d’argento a partire dal digitale: in questo modo evitiamo i problemi di conservazione che, per il momento, non sono ancora stati risolti”.

Per un fotografo di viaggio e reportage come Salgado, il digitale non ha semplicemente modificato il suo modo di lavorare, per certi versi gli ha cambiato la vita.  E ci sono numerosi altri vantaggi:

se vent’anni fa avessi avuto il digitale, oggi avrei il doppio delle foto. Si è perso almeno il 95% delle fotografie che ho scattato in interno, perché fotografavo persone in movimento, in azione, e scattare a 1/4 o 1/2 secondo mi ha permesso raramente di ottenere immagini nitide. Con gli strumenti di cui dispongo oggi, ci sarei riuscito. E poi si inquina di meno. Prima si buttava via ogni giorno il liquido fissatore. Migliaia di litri versati! Con i computer e la stampa a getto d’inchiostro, l’inquinamento è ridotto”.

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